Ci sono fasi della pratica (Yoga e meditazione), soprattutto nel periodo iniziale, che richiedono disciplina, ed il ricco apprendimento che ne deriva è spesso accompagnato da un forte atteggiamento serioso.

Lo so perchè per anni ho oscillato fra momenti liberatori e leggeri ed altri maggiormente introspettivi e rigidi.  

Forse si pensa che la serietà porti credibilità, e in qualche modo a tutti noi fa piacere sentire l’approvazione di coloro che ci circondano. Conosco bene la ricerca del bisogno di essere apprezzati, e sono convinta che trovi radici nell’infanzia. Quello che dovrebbero insegnarci a scuola è anche come poter trovare sicurezza ed approvazione all’interno di noi stessi. Ognuno ha dei doni magnifici da far brillare, ma quanto ci “libera” prenderci troppo sul serio? La nostra natura sarebbe più giocosa e curiosa, la serietà è qualcosa di imposto, la gioia è un’emozione spontanea. Osservo Jai e vedo che le uniche rare volte in cui un’espressione seria prende forma sul suo visino è una conseguenza di un evento esterno a lui. Ad esempio, sta giocando al parco e ci sono altri bimbi, magari più grandi, che gli impediscono di giocare con loro. Eccolo che si chiude in sé stesso e gli si forma una piccola ruga fra le sopracciglia. Silenzioso guarda a terra e pensa…chissà a cosa pensa. In ogni caso basta un fiore, un altro gioco o uno scherzetto della mamma ed il sorriso torna a riempire occhi e viso. Mi riporto alla pratica di Yoga, agli insegnanti con cui riesco ad aprirmi di più, a coloro che comunicando ed insegnando con un sorriso fanno sì che rimangano impresse più informazione dentro di me, a livello fisico ed energetico.

Mmmmm…. dunque la leggerezza ed il sorriso aprono ed inducono ad un migliore apprendimento? Forse sì, o forse è così per me. Scelgo dunque di applicarlo dentro e fuori dalla shala. Sul tappetino, all’interno delle asana, proviamo ad invitare un senso di leggerezza, proviamo a goderci il momento di ogni respiro. Anche se la postura non è come l’abbiamo impressa nella mente, o come vorremmo che fosse. Invitiamo compassione verso noi stessi e piacere in ciò che stiamo facendo anzichè forzarci in posture nelle quali non ci sentiamo a nostro agio. Solitamente lo “sforzo” eccessivo ci riporta a quell’idea di “dover” riuscire ad eseguire la postura, e seriosi procediamo nell’intento. Osserviamo cosa accade quando entriamo in questo spazio, il corpo si apre? come ci sentiamo?

E se facessi invece un piccolo passo indietro? Fermandomi laddove sento che il corpo prova ancora piacere nel trovare spazio e nel poter ricevere respiro? Come ci sentiamo?

Leggerezza e compassione… le nuove chiavi di lettura 😉 Buona pratica!